L’arte

«Abita questa terra un popolo modello che ha innato il senso dell’arte e nutre un profondo, nostalgico affetto per la sua Valle. Il Valsesiano è anzitutto un popolo di artisti. Ha sparso per il mondo una folla di pittori, gessatori, scagliolisti, falegnami in grande stile: ha popolato il suo Sacro Monte, le chiese e cappellette della sua valle di tesori invidiati».
(don Luigi Ravelli)

Vi proponiamo delle schede di sintesi dedicate ad alcuni degli artisti valsesiani più noti.

Gaudenzio Ferrari

gaudenzioQuando Gaudenzio irrompe nel panorama artistico valsesiano è un giovane apprendista di bottega già padrone delle tecniche e dell’iconografia che caratterizzano l’area lombarda, ed è capace di creare una nuova narrazione visiva e emozionale. Gaudenzio nasce a Valduggia verso il 1476. Gli studiosi tendono ad attestare la sua formazione giovanile nella bottega di Stefano Scotto, già noto nel cantiere del Duomo di Milano. Il periodo giovanile rimane, però, pressoché sconosciuto. Sappiamo che Gaudenzio riesce a perfezionare le sue conoscenze grazie a due viaggi in Italia centrale e, in particolare, a Roma, compiuti presumibilmente tra il 1505 e il 1512. Con il bagaglio di esperienze maturate nel cuore dell’ “Italia” rinascimentale l’artista può confrontarsi con Perugino, Raffaello, Bramante, il Bramantino e molti altri, in un dialogo di assimilazione che troverà una feconda sintesi nella sua personale e originalissima produzione. Le sue opere verranno presto richieste in molti paesi fuori dalla Valsesia: tante ne troviamo a Milano, dove si stabilirà dal 1539, a Novara, Vercelli, Arona, Saronno, Como, Bergamo. Molteplici i Musei che conservano sue opere, tra i quali la Galleria Sabauda di Torino, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Musée du Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, oltre alle giacenze in collezioni private. Ma è la cittadina di Varallo a vantare la presenza delle opere più significative: dai primi lavori conservati nella Pinacoteca alle cappelle del Sacro Monte, passando per la chiesa di Santa Maria delle Grazie, la Collegiata di San Gaudenzio e l’Oratorio di Loreto. Gaudenzio si spegne il 31 gennaio 1546 a Milano. Di lui si è parlato spesso in veste di pittore e scultore e quasi mai della sua dimensione di uomo, padre, ma anche di musicista, ottico, poeta, filosofo della natura poichè, purtroppo, la documentazione è quasi del tutto inesistente. Lui, perfetta incarnazione della cultura rinascimentale che si respirava nella Milano viscontea e sforzesca, lascia dietro di sé una lunga schiera di artisti del calibro di Bernardino Lanino, il suo più fedele interprete, Fermo Stella da Caravaggio, Giovanni Battista Della Cerva, oltre a imitatori minori che non potranno più relazionarsi con gli strumenti del mestiere senza prenderlo come riferimento. Conoscere Gaudenzio significa celebrare un’artista che ha rivoluzionato un’intera comunità, dandogli un meritato posto di primo piano nel panorama artistico nazionale.

Giovanni D’Enrico (1559 – 1644)

enricoScultore o, meglio, “plasticatore” in terracotta di grandissimo talento, poco o nulla sappiamo della sua formazione artistica. Rispettoso del modello artistico dato da Gaudenzio Ferrari – ben visibile nella capacità di emulazione del maestro rinascimentale – si afferma come artista di primo piano agli inizi del Seicento nel cantiere del Sacro Monte di Varallo. Resa del vero, forte espressività dei soggetti e senso di teatralità rendono le scene realizzate all’interno delle sue cappelle qualcosa di veramente unico. Al Sacro Monte Giovanni lavorò senza sosta per ben trentacinque anni, tra il 1605 e il 1640, realizzando più di 335 sculture e dimostrando di saper interpretare al meglio le direttive post tridentine sulla funzione educatrice dell’arte dettate dal Vescovo di Novara del tempo, Carlo Bascapè, e dai suoi successori. La fase del Sacro Monte è, dunque, quella più celebre e più cospicua dell’artista. In realtà si conservano sue opere anche a Novara, Tortona, Varese, Oropa e ad Orta – dove viene assistito dal suo allievo più famoso, Giacomo Ferro. Fu anche costruttore e architetto. Morirà a Borgosesia, durante i lavori per la costruzione del Santuario di Sant’Anna, a Montrigone.

“Tanzio” e Giovanni D’Enrico – I celebri fratelli D’Enrico attraverso le loro opere possono raccontare tutta la Valsesia. Quella dei D’Enrico è una famiglia numerosa composta prevalentemente di artisti discendenti dai primi coloni Walser in Valsesia. Il padre, Giovanni, di mestiere era un fabbro ferraio e i fratelli, sin dall’infanzia, furono a contatto con l’arte di bottega. Dimoravano ad Alagna e, ancora oggi, in una via del centro del paese, si può osservare la casa natale dei fratelli artisti che reca la scritta “Allein Gott Eber” (a Dio solo l’Onore). Accanto sta una piccola cappella, nota appunto come “cappella D’Enrico”.

Antonio detto “Tanzio” da Varallo (1575 – 1633)

tanzio2Antonio è meglio conosciuto con il patronimico “Tanzio” un nomignolo che deriva, probabilmente, dal dialetto di Alagna: “Anz” identifica il nome italiano “Giovanni”, ovvero il nome di suo padre. Della formazione giovanile precedente al viaggio a Roma nell’anno giubilare del 1600 sappiamo poco. Possiamo ipotizzare che, essendo l’ultimo di sette fratelli, sia stato seguito dal fratello maggiore Giovanni e iniziato prima all’arte scultorea e poi a quella pittorica. Certo è che, nell’anno del Giubileo, parte per la capitale e viene a contatto con le opere di Caravaggio e di altri caravaggeschi (come Serodine, Gentileschi) che entreranno a far parte del suo modo di dipingere, tanto da fruttargli l’appellativo di “Caravaggio delle Alpi”. In Italia centrale e meridionale Tanzio rimarrà una quindicina di anni circa. Tornato nella sua Valsesia, si occupa intensamente di opere nelle quali emerge uno stile segnato da un verismo vigoroso e coniugato ad un’indagine cruda della miseria umana. La sua acuta personalizzazione caravaggesca rivela un’inclinazione verso il secondo manierismo lombardo-piemontese dei contemporanei lombardi (Cerano, Morazzone, Procaccini). Si spense a soli 58 anni, nel 1633, nel convento di Santa Maria delle Grazie a Varallo.

“Tanzio” e Giovanni D’Enrico – I celebri fratelli D’Enrico attraverso le loro opere possono raccontare tutta la Valsesia. Quella dei D’Enrico è una famiglia numerosa composta prevalentemente di artisti discendenti dai primi coloni Walser in Valsesia. Il padre, Giovanni, di mestiere era un fabbro ferraio e i fratelli, sin dall’infanzia, furono a contatto con l’arte di bottega. Dimoravano ad Alagna e, ancora oggi, in una via del centro del paese, si può osservare la casa natale dei fratelli artisti che reca la scritta “Allein Gott Eber” (a Dio solo l’Onore). Accanto sta una piccola cappella, nota appunto come “cappella D’Enrico”.

Cesare Scaglia (1866 – 1944)

Cesare,autoritrattoCesare Scaglia veniva definito, dai suoi contemporanei d’inizio Novecento, il “pittore dell’aria libera”. Si tratta di un artista introspettivo, forte e sensibile al tempo stesso, capace di una pittura caratterizzata da tecnica e perizia ma soprattutto passione. Lavora sulle sfumature dei colori a olio o dei pastelli fino ad ottenere una resa perfetta dei giochi di luce naturali, al punto che ogni paesaggio pare una fotografia. Abituato a lavorare a diretto contatto con la natura e tra le sue montagne, Scaglia spesso monta il cavalletto direttamente nel posto che ispira il suo lavoro, e lo ritrae realizzando grandi sinfonie visive e tattili. Celebri sono anche i ritratti e gli scorci architettonici. Figlio di una contadina e di un gessatore migrante in Francia, dopo i primi studi nella Scuola di Disegno di Varallo si perfezionò all’Accademia Albertina, tornando in seguito come insegnante nella scuola in cui aveva mosso i primi passi. Nel corso della sua carriera ricoprì il ruolo di Direttore del Sacro Monte, di Sindaco di Roccapietra (suo paese natale, oggi frazione di Varallo) e nel 1922 entrò a far parte del CAI. Dopo le nozze con Margherita Bussone nasceranno tre figli: Aida, Eraldo e Elena. La sua personalità è stata immortalata all’interno dell’omonima Casa Museo allestita dalla figlia primogenita Aida. La ragazza, alla morte del padre, volle creare un Museo – ritrovo proprio nei locali del laboratorio nel quale il pittore lavorava. Un modo nuovo e umanamente diverso per intendere il “museo” grazie al quale si può vivere la bellezza della Valsesia intera attraverso le opere dell’artista che colpiscono per la grande sensibilità con la quale ritrae i paesaggi e le cose quotidiane della sua terra. Secondo le volontà testamentarie di Aida il piccolo museo venne in seguito lasciato al Comune che, dopo anni di abbandono, riuscì a riaprirlo nel 2005 facendo rivivere una parte importantissima del patrimonio cittadino.

La fede

La Valsesia conserva  una fede molto profonda che ha espresso, nel corso dei secoli, sia attraverso l’istituzione di numerose organizzazioni ecclesiali che con l’edificazione di una quantità impressionante di chiese, cappelle, oratori, dal grande valore storico- artistico. In questo contesto di ricerca spirituale spiccano alcune personalità particolarmente importanti…

La Beata Panacea

Una giovanissima e devota pastorella martirizzata dalla matrigna all’età di quindici anni nel 1383: da sempre Panacea è considerata la patrona della Valsesia e ogni anno si compie un pellegrinaggio in suo ricordo. Panacea nacque a Quarona nel 1368 da Lorenzo Muzio, di Cadarafagno, e Maria Gambino di Ghemme. Dopo la morte prematura della madre il padre sposò Margherita, di Locarno Sesia, ma i rapporti tra la matrigna, la sorellastra e Panacea non furono sereni e degenerarono spesso in maltrattamenti subiti dalla giovane, ben descritti dai molti biografi della Beata tra i quali, in particolare, Silvio Pellico. Secondo la tradizione, questa situazione precipitò in una sera di primavera del 1383 quando Margherita, non vedendo rincasare Panacea sul far della sera, andò a cercarla sul monte Tucri, che sovrasta l’abitato di Quarona, dove la trovò raccolta in preghiera vicino alla chiesa di San Giovanni. In uno scatto d’ira la percosse violentemente, uccidendola. Poco dopo, per il rimorso, si suicidò gettandosi da un burrone. Le campane della chiesa iniziarono a suonare all’impazzata, mentre il fascio di legna raccolto poco prima dalla fanciulla iniziò a bruciare. Il corpo di Panacea venne in seguito trasportato a Ghemme per essere sepolto accanto a quello della madre. La fonte più antica che parli di Panacea è iconografica: si tratta di alcuni affreschi eseguiti nel 1476 dalla bottega dei De Campo che ornano l’oratorio di San Pantaleone in località Oro di Boccioleto, in Valsermenza. Il suo culto, però, era già molto sviluppato dall’inizio del 1400, tanto che vennero edificati due oratori in sua memoria a Quarona: uno sul luogo del martirio (Beata al Monte) e uno in paese (Beata al Piano) ricevendo conferma papale nel 1867. Nello scurolo realizzato dall’Antonelli per la chiesa di Ghemme si conservano le sue reliquie: ogni anno, il primo venerdì di maggio, numerosi fedeli ripercorrono a piedi il tragitto del carro funebre che trasportò il corpo di Panacea da Quarona a Ghemme.

Bernardino Caimi (1425? – 1499)

Nasce con molta probabilità ad 24337414_10215524637495525_777379896_nAlagna Lomellina e nel 1474 è nel convento francescano di Sant’Angelo a Milano. Gli incarichi attestati confermano che padre Caimi fosse particolarmente stimato in Lombardia. Anche il pontefice gli affida diverse missioni; è commissario dei francescani in Calabria nel 1484 e di territori particolarmente difficili quali Bosnia e Croazia, ed è successivamente scelto da papa Sisto IV per predicare una crociata contro i Turchi. Ricopre, in vari momenti a partire dal 1478, la carica di commissario e custode della Terra Santa, un’esperienza che certamente ispirerà l’edificazione del Sacro Monte di Varallo come esatta riproduzione dei santuari di Palestina. Con questa opera il nome di Bernardino Caimi si lega per sempre a Varallo dove, a partire dal 1486, egli si dedica alla costruzione del convento e della chiesa di Santa Maria delle Grazie e poi del complesso. Dopo la sua morte, avvenuta presumibilmente nell’agosto del 1499, padre Caimi iniziò ad essere venerato e la Chiesa gli attribuì il titolo di Beato.

Tra verità e leggenda

Alcune comunità valsesiane conservano le memorie di vicende tramandate, principalmente, dalle persone più anziane. Si tratta di una sorta di “storia minore” che riesce, talvolta, ad esprimersi senza una precisa collocazione temporale e fondendo notizie più o meno veritiere su alcuni avvenimenti che hanno impressionato l’opinione popolare. Leggende e avvenimenti reali si sono mescolati fino a generare dei “miti” di cui si può ancora sentire narrare nelle osterie, nelle sere di festa o passeggiando tra le vie…

Fra Dolcino

fradolcino2«Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedrai lo sole in breve,
s’egli non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non sarìa lieve. »
(Inferno XXVIII, 55-60)

Con questi versi Dante, nella sua Commedia, parla di Fra Dolcino (Prato Sesia ca. 1250 – Vercelli 1 giugno 1307) il predicatore accusato e giustiziato per eresia dall’Inquisizione. Tra notizie vaghe ed altre più leggendarie, sappiamo che nel 1291 entrò a far parte del movimento degli Apostolici (in seguito condannato da Papa Onorio IV e represso). Sembra che Dolcino fosse dotato di una grande abilità oratoria con la quale impartiva dettami di vita povera, ispirata ai principi espressi da Gioachino da Fiore; la sua capacità accrebbe il numero degli aderenti agli Apostolici ma anche l’ira della Chiesa, per via dei contenuti della sua predicazione apertamente ostile a Roma e, in particolare, al papato di Bonifacio VIII. Durante la predicazione nelle zone di Trento e del lago di Garda Dolcino conobbe Margherita Boninsegna che divenne presto sua seguace e compagna. Molti studiosi si sono avvicendati per stabilire l’originalità del documento che, nel 1305, sarebbe stato redatto dai capi famiglia valsesiani (noto come “Statuto di Scopello”): riuniti nella chiesa di San Bartolomeo avrebbero giurato sui vangeli di combattere i dolciniani e di sterminarli. Il documento, come molti altri, era un falso. Quel che è certo è che verso il 1306 il Vescovo di Vercelli, Raniero Avogadro, con l’avallo di Papa Clemente V promosse una vera e propria crociata contro Dolcino e i suoi seguaci. La spedizione arrivò fino alle valli valsesiane e biellesi dove, da tempo, i dolciniani si erano insediati. Dopo l’assedio sulle pendici del Monte Rovella, nel 1307 l’esercito di Raniero riuscì a eliminare gli ultimi superstiti della congrega e a catturare Margherita e Dolcino. Margherita fu arsa sul rogo sulle rive del torrente Cervo, vicino a Biella, mentre Dolcino fu portato a Vercelli e li bruciato dopo esser stato sottoposto a processo e tortura.

Il “Giacomaccio”

giacomaccioUomo di carnagione bianchissima, alto e tarchiato nella persona, sicchè popolarmente veniva chiamato il Giacomaccio. Avendo militato per Francia, trovossi alla battaglia di Melegnano, ed aveva preso un fare soldatesco e prepotente.” Questa è la descrizione di Giacomo Preti da Boccioleto redatta dallo storico Federico Tonetti nella sua “Storia della Valsesia”. Nato intorno al 1480 da una famiglia piuttosto in vista si avviò presto alla carriera militare. Quando il Preti appare per le prime volte nei documenti la Valsesia sta attraversando il periodo dell’aumento delle imposte di guerra impartite dal ducato di Milano a seguito della battaglia di Marignano (1515) e svariati passaggi di dominio tra gli Sforza e i re di Francia. Ai valsesiani più poveri, soprattutto in alta valle, spesso mancano i generi di prima necessità per la distanza dai mercati e il continuo stato di belligeranza. Il Preti decise di farsi portavoce del crescente malcontento popolare fino ad orchestrare una rappresaglia contro Varallo, sede del Consiglio Generale della Valle. Insieme ad altri uomini, tra i quali Giovanni Pietro Vinzio, avrebbe assaltato Varallo da sud e da nord. Dopo aver arringato la folla a Boccioleto fu seguito da un esercito di circa duemila uomini e nell’ottobre del 1518 iniziò la battaglia. I varallesi organizzarono la controffensiva utilizzando uno stratagemma curioso: radunarono tutte le capre e le pecore possibili e, attaccando delle micce alle corna e alla testa degli animali, li condussero nei boschi in direzione dell’accampamento del Preti, facendo risuonare urla selvagge e qualche colpo di fucile, mettendo in fuga le truppe del capitano bocciolettese. Scrive il Galloni: “Da allora, svestita la tunica del guerriero, indossò la toga del magistrato; cuoprì molte onorevoli cariche e fu tra quei Deputati che chiesero e ottennero dal Duca di Milano Francesco II Sforza-Visconti vantaggiosissima ampliazione dei capitoli agli Statuti Valsesiani”.

Il Bangher

Peter_bangherPeter Bangher (Levico 1850 – ? post 1910) brigante noto alle forze dell’ordine sin dal 1877 per svariati reati che lo condussero a vita da latitante fino a stabilirsi tra le montagne valsesiane. Catturato e rilasciato svariate volte, nel 1900 venne definitivamente arrestato. La cattura venne spronata con forza dai rappresentanti dei comuni che stanziarono una taglia sulla sua testa, esasperati dal clima di tensione suscitata dalle rapine e dall’omertà della gente, anche perchè spesso il bandito divideva i bottini dei colpi con montanari compiacenti. Il processo che ne seguì fece molto parlare la stampa del tempo; una volta incarcerato scontò la sua pena per poi essere espulso dal Regno d’Italia nel 1910 e consegnato alla polizia austro-ungarica. In seguito il Bangher fece ancora ritorno clandestinamente in Valsesia, pare nell’area di Rassa, e ricominciò con furti e molestie ma, con l’andare del tempo, non se ne sentì più parlare. Non si sa come si avvenuta la sua fine: le dicerìe riferiscono che il bandito sia stato sommariamente giustiziato da qualcuno dei suoi molti nemici. Intorno alla figura del Bangher si svilupparono una miriade di storie, avvistamenti, aneddoti: le gesta del bandito rimasero a lungo tra le chiacchiere di paese tanto che, nel parlare comune, l’appellativo “Bangher” iniziò ad essere usato come sinonimo (negativo) di “discolo” o “scavezzacollo”.

Innovazioni

Si può affermare con un certo orgoglio che le moderne aziende del territorio valsesiano affondino le radici in un tessuto sociale ricco di persone capaci e perspicaci, persone che hanno saputo sognare, concretizzare idee e progetti fino a realizzare veri e propri imperi produttivi oppure per grandi opere. Eccone alcuni esempi.

Vincenzo Lancia (Fobello, 24 agosto 1881 – Torino, 15 febbraio 1937)

lancia2Vincenzo era l’ultimo figlio del noto imprenditore Giuseppe Lancia, un macellaio di origine fobellina che aveva fatto fortuna in Argentina e che nella città di Torino si dedicò alla produzione dei cibi in scatola. Studente indolente e poco motivato, Vincenzo fu invece sin da piccolo molto curioso delle cose del mondo e fortemente appassionato di motori: iniziò ben presto a lavorare come meccanico nell’officina torinese di Giovanni Battista Ceirano dove, ai tempi, si producevano biciclette – le Welleyes – e dove si realizzò un prototipo di automobile con lo stesso nome nel 1899. Questa prima autovettura suscitò un tale entusiasmo che per produrla su scala industriale venne fondata la Fabbrica Italiana Automobili Torino (FIAT) nella quale verranno assorbite la ex officina Ceirano e i suoi dipendenti. Così, a soli 18 anni, Vincenzo Lancia inizia la sua carriera nel mondo delle auto: esordisce come collaudatore, dimostrando un’eccezionale bravura come pilota e ottenendo svariati successi nelle corse su vetture Fiat, dove rimarrà fino al 1908. Nel frattempo, nel 1906 riesce a realizzare il sogno di aprire un’azienda tutta sua, anche grazie all’aiuto di Claudio Fogolin, amico e collega sin dai tempi della Fiat. Intorno all’azienda ruotano tutte le sue energie. Di lui si tratteggia una personalità molto professionale ed esigente nel lavoro quanto gioviale nella sfera privata. Nel 1922 sposa la sua segretaria, Adele Miglietti, e dalla loro unione nasceranno 3 figli: Anna Maria, Gianni ed Eleonora. Fu un fervente sostenitore della costruzione dell’Autodromo Nazionale Monza e, nel 1930, con alcuni industriali, fondò la carrozzeria Pininfarina. Morì nel 1937, a 56 anni, vittima di un attacco di cuore. A lui è dedicata una mostra permanente a Fobello, suo paese natale, allestita all’interno del palazzetto che lo stesso Vincenzo aveva fatto costruire come edificio scolastico. L’esposizione si suddivide in quattro sale che sono state chiamate con i nomi dei modelli Lancia più famosi (Sala Astura, Sala Artena, Sala Augusta e Sala Aprilia) nelle quali è possibile ripercorrere le tappe principali della vita e della fortunata carriera del fobellino grazie ad una ricca raccolta di giornali, foto d’epoca, lettere, oggetti e documenti. Della mostra si sono occupati il Club Valsesia Lancia Story in collaborazione con la famiglia e il Comune di Fobello.

Franco Magni

magniFranco Magni nacque a Torino nel 1883. Visse pressoché tutta la sua vita a Borgosesia dove fu Direttore del lanificio Lane di Borgosesia. Nel tempo libero, invece, si dedicava alla radio. Durante gli anni del servizio militare realizzò un piccolo ricetrasmettitore spalleggiabile dotato di ricevitore a superreazione. Nel 1903, ancora prima di laurearsi in Ingegneria, ideò un sistema di radiotelegrafia ma dovette brevettare i suoi dispositivi in Germania a causa degli accordi vincolanti già intercorrenti tra Marconi e il Governo italiano. Per tutti gli anni ’20 proseguì gli studi sulla ricezione nelle zone dei segnali telegrafici. La sua invenzione più importante riguarda la realizzazione della ricezione eterodina; collaborò, tra gli altri, con Allocchio e Bacchini, Pizzarri e Santangeli. Morì a Borgosesia nel 1955.

Musica

La tradizione musicale valsesiana è ricca e longeva, nonostante gran parte del patrimonio espresso in note sia andato perduto. Durante le feste civili e religiose, però, molta parte di questa tradizione torna a rivivere. Tra le fila di abili musicisti spicca la personalità di una cantante assolutamente straordinaria che ha caratterizzato la musica della prima metà del XX secolo: eccone un breve ritratto.

Dea Garbaccio

dea-garbaccioIl panorama della musica italiana annovera una splendida donna della Valsesia tra le voci più note degli anni ’40. Dea Garbaccio (Borgosesia, 29 giugno 1919 – Fara Novarese, 12 settembre 1997) impara a conoscere la musica nel negozio del padre, un commerciante di radio e dischi con un negozio a Borgosesia. Grazie ad un concorso nazionale per cantanti entra all’EIAR (1939) esordendo con “Come bimbi” e raggiungendo il successo con il brano “C’è una chiesetta amor”. Dotata di una voce intensa che sapeva modulare delicatamente, la sua carriera continua con il rifacimento italiano di “Beer Barrel Polka” (1939), la canzone simbolo dei mesi della liberazione. Pochi anni dopo inizia la sua collaborazione con l’orchestra Angelini, insieme alla quale incide il brano che, nel 1942, la rese famosissima: “Rosamunda”. Nello stesso anno la casa discografica pubblicò anche le sue “La sedia a dondolo” e la versione italiana di “Besame mucho” (1945). Nel 1940 apparve nei panni di sé stessa in un film dedicato all’EIAR e rimarrà attiva in RAI fino alla fine degli anni ’40 nelle formazioni di Angelini e Barzizza. Nel 1947 sposò Gino Carcassola (primo clarinetto dell’orchestra Angelini) prima di ritirarsi definitivamente a vita privata.