L’arte

«Abita questa terra un popolo modello che ha innato il senso dell’arte e nutre un profondo, nostalgico affetto per la sua Valle. Il Valsesiano è anzitutto un popolo di artisti. Ha sparso per il mondo una folla di pittori, gessatori, scagliolisti, falegnami in grande stile: ha popolato il suo Sacro Monte, le chiese e cappellette della sua valle di tesori invidiati».    (don Luigi Ravelli)

Ecco, in sintesi, qualche cenno su alcuni dei suoi figli più celebri.

Gaudenzio Ferrari

gaudenzioQuando Gaudenzio irrompe nel panorama artistico valsesiano è un giovane apprendista di bottega che diventa presto padrone delle tecniche e dell’iconografia che caratterizzano l’area lombarda, creando una nuova narrazione. Nasce a Valduggia verso il 1476. Gli studiosi tendono ad attestare la sua formazione giovanile nella bottega di Stefano Scotto, già noto nel cantiere del Duomo di Milano. Il periodo giovanile rimane, però, pressoché sconosciuto. Sappiamo che Gaudenzio riesce a perfezionare le sue conoscenze grazie a due viaggi in Italia centrale e, in particolare, a Roma, compiuti presumibilmente tra il 1505 e il 1512. Grazie a queste esperienze l’artista può confrontarsi con il Perugino, Raffaello, Bramante, il Bramantino e molti altri, in un dialogo di assimilazione che troverà una feconda sintesi nella sua personale e originalissima produzione. La sua grandezza sarà tale che la sua opera verrà richiesta in molti paesi fuori dalla Valsesia: tante ne troviamo a Milano, dove si stabilirà dal 1539, a Novara, Vercelli, Arona, Saronno, Como, Bergamo. Molteplici i Musei che conservano sue opere, tra i quali la Galleria Sabauda di Torino, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Musée du Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, oltre alle giacenze in collezioni private. Ma è la cittadina di Varallo a vantare la presenza delle opere più significative: dai primi lavori conservati nella Pinacoteca alle cappelle del Sacro Monte, passando per la chiesa di Santa Maria delle Grazie, la Collegiata di San Gaudenzio e l’Oratorio di Loreto. Gaudenzio si spegne nel 1546 presumibilmente a Milano. Di lui si è parlato spesso in veste di pittore e scultore e sempre molto poco dell’uomo, del padre, ma anche del musicista, ottico, poeta, filosofo della natura. Lui, perfetta incarnazione della cultura rinascimentale che si respirava nella Milano viscontea e sforzesca, lascia dietro di sé una lunga schiera di artisti del calibro di Bernardino Lanino, il suo più fedele interprete, Fermo Stella da Caravaggio, Giovanni Battista Della Cerva, oltre a imitatori minori che non potranno più relazionarsi con gli strumenti del mestiere senza prenderlo come riferimento. Conoscere Gaudenzio significa celebrare un’artista che ha rivoluzionato un’intera comunità, dandogli un meritato posto di primo piano nel panorama artistico nazionale.

Giovanni D’Enrico (1559-1644)

enricoScultore o, meglio, “plasticatore” in terracotta di grandissimo talento, poco o nulla sappiamo della sua formazione artistica. Rispettoso del modello artistico dato da Gaudenzio Ferrari – ben visibile nella capacità di emulazione del maestro rinascimentale – è capace di donare una gran resa del vero e una forte espressività ai suoi soggetti. Lo conosciamo bene attraverso le opere contenute nelle cappelle del Sacro Monte di Varallo, nelle quali infonde un senso di teatralità alle scene. Qui lavorò senza sosta per ben trentacinque anni, tra il 1605 e il 1640, realizzando più di 335 sculture e dimostrando di saper interpretare al meglio le direttive post tridentine sulla funzione educatrice dell’arte dettate dall’allora Vescovo di Novara, Carlo Bascapè, e dai suoi successori. La fase del Sacro Monte è, dunque, quella più celebre e più cospicua dell’artista. In realtà opere sue si conservano anche a Novara, Tortona, Varese, Oropa e ad Orta – dove viene assistito dal suo allievo più famoso, Giacomo Ferro. Fu anche costruttore e architetto. Morirà a Borgosesia, durante i lavori per la costruzione del Santuario di Sant’Anna, a Montrigone.

“Tanzio” e Giovanni D’EnricoI celebri fratelli D’Enrico attraverso le loro opere possono raccontare una valle intera. Una famiglia numerosa e tutta di artisti, discendenti dei coloni Walser cui vennero affittati i primi alpeggi dell’Alta Valsesia. Dimoravano ad Alagna e, ancora oggi, in una via del centro alagnese a loro dedicata, si può osservare la casa natale che reca la scritta “Allein Gott Eber” (a Dio solo l’Onore). Accanto sta una piccola cappella, nota appunto come “cappella D’Enrico”. Il padre, Giovanni, di mestiere era un fabbro ferraio quindi i fratelli sin dall’infanzia furono a contatto con l’arte di bottega.

Antonio detto “Tanzio” da Varallo (1575-1633)

tanzio2Antonio, meglio conosciuto come “Tanzio” da Varallo, viene indicato con un nomignolo che deriva, probabilmente, dal patronimico “d’Anz” (“figlio di Giovanni”; infatti, nel dialetto tedesco di Alagna “Anz” identifica il nome italiano “Giovanni”). Della formazione giovanile, precedente al viaggio a Roma del 1600, sappiamo poco. Possiamo ipotizzare che, essendo l’ultimo di sette fratelli, sia stato seguito dal fratello maggiore Giovanni e iniziato prima all’arte scultorea e poi a quella pittorica. Certo è che, nell’anno del Giubileo, partì per la capitale e conobbe le opere di Caravaggio e di altri caravaggeschi (come Serodine, Gentileschi) che entreranno a far parte del suo modo di dipingere, tanto da fruttargli l’appellativo di “Caravaggio delle Alpi”. In Italia centrale Tanzio rimarrà una quindicina di anni circa, lavorando anche in Abruzzo. Tornato nella sua Valsesia, si occupa intensamente di opere nelle quali il suo stile di un verismo vigoroso si coniuga a un’indagine cruda della miseria umana. La sua acuta personalizzazione caravaggesca nel ritrarre il dato reale rivela un’inclinazione verso il secondo manierismo lombardo-piemontese dei contemporanei lombardi (Cerano, Morazzone, Procaccini). Si spense a soli 58 anni, nel convento di Santa Maria delle Grazie a Varallo.

“Tanzio” e Giovanni D’EnricoI celebri fratelli D’Enrico attraverso le loro opere possono raccontare una valle intera. Una famiglia numerosa e tutta di artisti, discendenti dei coloni Walser cui vennero affittati i primi alpeggi dell’Alta Valsesia. Dimoravano ad Alagna e, ancora oggi, in una via del centro alagnese a loro dedicata, si può osservare la casa natale che reca la scritta “Allein Gott Eber” (a Dio solo l’Onore). Accanto sta una piccola cappella, nota appunto come “cappella D’Enrico”. Il padre, Giovanni, di mestiere era un fabbro ferraio quindi i fratelli sin dall’infanzia furono a contatto con l’arte di bottega.

Cesare Scaglia (1866 – 1944)

Cesare,autoritrattoCesare Scaglia veniva definito, dai suoi contemporanei d’inizio ‘900, il “pittore dell’aria libera”. Un’artista introspettivo, forte e sensibile al tempo stesso, capace di una pittura caratterizzata da tecnica e perizia ma soprattutto passione. Lavora sulle sfumature dei colori a olio o dei pastelli fino ad ottenere una resa perfetta dei giochi di luce naturali, al punto che ogni paesaggio pare una fotografia. Abituato a lavorare a diretto contatto con la natura e tra le sue montagne, Scaglia spesso monta il cavalletto direttamente nel posto che ispira il suo lavoro, e lo ritrae realizzando grandi sinfonie visive e tattili. Celebri sono anche i ritratti e gli scorci architettonici. Figlio di una contadina e di un gessatore migrante in Francia, dopo i primi studi nella Scuola di Disegno di Varallo si perfezionò all’Accademia Albertina, tornando in seguito come insegnante nella scuola in cui aveva mosso i primi passi. Nel corso della sua carrierà ricoprì il ruolo di Direttore del Sacro Monte. Divenne anche Sindaco di Roccapietra, suo paese natale (oggi frazione di Varallo) e nel 1922 entrò a far parte del CAI. Dopo aver celebrato le nozze con Margherita Bussone nasceranno tre figli: Aida, Eraldo e Elena. La sua personalità è stata immortalata all’interno dell’omonima Casa Museo allestita dalla figlia primogenita Aida. La ragazza, alla morte del padre, volle creare un Museo – ritrovo proprio nei locali del laboratorio nel quale il pittore lavorava. Un modo nuova e umanamente diverso per intendere il “museo” grazie al quale si può vivere la bellezza della Valsesia intera attraverso le opere dell’artista, che colpiscono per la grande sensibilità con la quale ritrae i paesaggi e le cose quotidiane della sua terra. Secondo le volontà testamentarie di Aida il piccolo museo venne in seguito lasciato al Comune che, dopo anni di abbandono, riuscì a riaprirlo nel 2005 facendo rivivere una parte importantissima del patrimonio cittadino.

La fede

Cristianizzata in tempi relativamente tardi rispetto ad altre comunità alpine, la Valsesia conserva  una fede molto profonda che ha espresso, nel corso dei secoli, sia attraverso l’istituzione e la conservazione di numerose organizzazioni ecclesiali che con l’edificazione di una quantità impressionante di chiese, cappelle, oratori, dal grande valore storico- artistico. In questo contesto di ricerca spiriturale spiccano alcune personalità particolarmente importanti

La Beata Panacea

beatapUna giovanissima e devota pastorella martirizzata dalla matrigna all’età di quindici anni nel 1383: da sempre Panacea è considerata la patrona della Valsesia e ogni anno si compie un pellegrinaggio in suo ricordo. Panacea nacque a Quarona nel 1368 da Lorenzo Muzio, di Cadarafagno, e Maria Gambino di Ghemme. Dopo la morte prematura della madre il padre sposò Margherita, di Locarno Sesia, ma da subito i rapporti tra la matrigna, la sorellastra e Panacea non furono sereni e degenerarono spesso in maltrattamenti subiti dalla giovane, ben descritti dai molti biografi della Beata tra i quali, in particolare, Silvio Pellico. Secondo la tradizione, questa situazione precipitò in una sera di primavera del 1383 quando Margherita, non vedendo rincasare Panacea sul far della sera, andò a cercarla sul monte Tucri, che sovrasta l’abitato di Quarona, dove la trovò raccolta in preghiera vicino alla chiesa di San Giovanni. In uno scatto d’ira la percosse violentemente, uccidendola. Poco dopo, per il rimorso, si suicidò gettandosi da un burrone. Le campane della chiesa iniziarono a suonare all’impazzata, mentre il fascio di legna raccolto poco prima dalla fanciulla iniziò a bruciare. Il corpo di Panacea venne in seguito trasportato a Ghemme per essere sepolto accanto a quello della madre. La fonte più antica che parli di Panacea è iconografica: si tratta di alcuni affreschi eseguiti nel 1476 dalla bottega dei De Campo che ornano l’oratorio di San Pantaleone in località Oro di Boccioleto, in Valsermenza. Il suo culto, però, era già molto sviluppato dall’inizio del 1400, tanto che vennero edificati due oratori in sua memoria a Quarona: uno sul luogo del martirio (Beata al Monte) e uno in paese (Beata al Piano) ricevendo conferma papale nel 1867. Nello scurolo realizzato dall’Antonelli per la chiesa di Ghemme si conservano le sue reliquie: ogni anno, il primo venerdì di maggio, numerosi fedeli ripercorrono a piedi il tragitto del carro funebre che trasportò il corpo di Panacea da Quarona a Ghemme.

Tra verità e leggenda

A lato della vera e propria storia locale esiste ancora la “memoria” di vicende antiche tramandate principalmente dalle persone più anziane. Si tratta di una “storia” minore, che riesce talvolta ad esprimersi senza una precisa collocazione temporale, facendo convivere notizie più o meno veritiere circa i grandi fatti che caratterizzarono il territorio nel corso del tempo. Leggende e avvenimenti reali mescolati in un passato che tutto unifica e confonde in una sorta di mito.

Fra Dolcino

fradolcino2«Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedrai lo sole in breve,
s’egli non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non sarìa lieve. »
(Inferno XXVIII, 55-60)

Con questi versi Dante, nella sua Commedia, parla di Fra Dolcino (Prato Sesia ca. 1250 – Vercelli 1 giugno 1307) il predicatore accusato di eresia dall’Inquisizione e infine giustiziato. Tra notizie vaghe ed altre più leggendarie, sappiamo che nel 1291 entrò a far parte del movimento degli Apostolici (in seguito condannato da Papa Onorio IV e represso). Sembra che Dolcino fosse dotato di una grande abilità oratoria, con la quale impartiva dettami di vita povera, ispirata ai principi espressi da Gioachino da Fiore; la sua capacità accrebbe il numero degli aderenti agli Apostolici ma anche l’ira della Chiesa, per via dei contenuti della sua predicazione apertamente ostile a Roma e, in particolare, al papato di Bonifacio VIII. Durante la predicazione nelle zone di Trento e del lago di Garda Dolcino conobbe Margherita Boninsegna, che divenne presto sua seguace e compagna. Molti studiosi si sono avvicendati per stabilire l’originalità del documento che nel 1305 pare fosse stato redatto da valsesiani (il così detto “Statuto di Scopello”). Riuniti nella chiesa di San Bartolomeo avrebbero giurato sui vangeli di combattere i dolciniani sterminandoli: il documento si è poi scoperto essere un falso. Quel che è certo è che verso il 1306 il Vescovo di Vercelli, Raniero Avogadro, con l’avallo di Papa Clemente V promosse una vera e propria crociata contro Dolcino e i suoi seguaci. La spedizione arrivò fino alle valli valsesiane e biellesi dove, da tempo, i dolciniani erano stati accolti. Dopo l’assedio sulle pendici del Monte Rovella, nel 1307 l’esercito di Raniero riuscì a sterminare gli ultimi superstiti dolciniani. Margherita fu arsa sul rogo sulle rive del torrente Cervo, vicino Biella, Dolcino invece a Vercelli, dopo esser stato sottoposto a processo e tortura.

Il “Giacomaccio”

giacomaccioUomo di carnagione bianchissima, alto e tarchiato nella persona, sicchè popolarmente veniva chiamato il Giacomaccio. Avendo militato per Francia, trovossi alla battaglia di Melegnano, ed aveva preso un fare soldatesco e prepotente.” Questa è la descrizione di Giacomo Preti da Boccioleto così come ci viene restituita dallo storico Federico Tonetti nella sua “Storia della Valsesia”. Nato intorno al 1480 da una famiglia piuttosto in vista si avviò presto alla carriera militare. Nel periodo in cui viene nominato dai documenti la Valsesia sta attraversando il periodo dell’aumento delle imposte di guerra impartite dal ducato di Milano a seguito della battaglia di Marignano (1515) e svariati passaggi di dominio tra gli Sforza e i re di Francia. Ai valsesiani più poveri, soprattutto in alta valle, spesso mancano i generi di prima necessità per la distanza dai mercati e il continuo stato di belligeranza. Il Preti decise di farsi portavoce del crescente malcontento popolare fino ad orchestrare una rappresaglia contro Varallo, sede del Consiglio Generale della Valle. Insieme ad altri uomini, tra i quali Giovanni Pietro Vinzio, avrebbe assaltato Varallo da sud e da nord. Dopo aver arringato la folla a Boccioleto si ritrovò con un esercito di circa duemila uomini. Nell’ottobre del 1518 iniziò la battaglia. I varallesi organizzarono la controffensiva utilizzando uno stratagemma curioso: radunarono tutte le capre e le pecore possibili e, attaccando delle micce alle corna e alla testa degli animali, li condussero nei boschi in direzione dell’accampamento del Preti, facendo risuonare urla selvagge e qualche colpo di fucile, mettendo in fuga le truppe del capitano bocciolettese. Scrive il Galloni: “Da allora, svestita la tunica del guerriero, indossò la toga del magistrato; cuoprì molte onorevoli cariche e fu tra quei Deputati che chiesero e ottennero dal Duca di Milano Francesco II Sforza-Visconti vantaggiosissima ampliazione dei capitoli agli Statuti Valsesiani”.

Il Bangher

Peter_bangherPeter Bangher (Levico 1850 – ? post 1910) brigante noto alle forze dell’ordine sin dal 1877 per svariati reati che lo condussero a vita da latitante e infine lo spinsero a stabilirsi tra le montagne valsesiane. Catturato e rilasciato svariate volte, nel 1900 venne definitivamente arrestato e il processo che ne seguì fece molto parlare la stampa del tempo, perché la cattura venne spronata dai comuni che stanziarono una taglia sulla sua testa, esasperati dal clima di tensione suscitata dalle rapine e dall’omertà, dovuto al fatto che spesso il bandito divideva i bottini dei colpi con montanari compiacenti; una volta incarcerato scontò la sua pena per poi essere espulso dal Regno d’Italia nel 1910 e consegnato alla polizia austro-ungarica. Pietro Bangher in seguito fece ancora ritorno clandestinamente in Valsesia, dove visse nelle zone di Rassa e ricominciò con furti e molestie, ma con l’andare del tempo non se ne sentì più parlare. Non si sa come si avvenuta la sua fine: alcuni dicono che il bandito sia stato sommariamente giustiziato da qualcuno dei suoi molti nemici. Intorno alla figura del Bangher si svilupparono una miriade di storie, avvistamenti, dicerie: le gesta del bandito rimasero a lungo tra le chiacchiere di paese tanto che, nel parlare comune, l’appellativo “Bangher” iniziò ad essere usato come sinonimo di “discolo” o “scavezzacollo”.

Innovazioni

Se si volesse essere un poco azzardati si potrebbe affermare, con tutta tranquillità, che le moderne aziende del territorio valsesiano (unitamente a quelle delle vallate vicine) affondano le radici in un tessuto sociale ricco di persone capaci e perspicaci, che hanno saputo seguire idee, sogni e progetti fino a realizzare veri e propri imperi produttivi. Eccone alcuni esempi.

Vincenzo Lancia (Fobello, 24 agosto 1881 – Torino, 15 febbraio 1937)

lancia2Era l’ultimo figlio del noto imprenditore Cavalier Giuseppe Lancia, macellaio che aveva fatto fortuna in Argentina e che nella città di Torino si dedicò alla produzione dei cibi in scatola. Da sempre studente indolente e poco motivato, per sconforto della famiglia, Vincenzo fu invece sin da piccolo molto curioso delle cose del mondo e fortemente appassionato di motori, iniziando ben presto a lavorare come meccanico nell’officina torinese di Giovanni Battista Ceirano (che ai tempi produceva biciclette – le Welleyes – e solo successivamente realizzò un prototipo di automobile con lo stesso nome nel 1899). Questa prima autovettura suscitò un tale entusiasmo che per produrla su scala industriale venne fondata la Fabbrica Italiana Automobili Torino (FIAT) che assorbirà al suo interno la ex officina Ceirano e i lavoratori. Così, a soli 18 anni, Vincenzo Lancia inizia la sua carriera nel mondo delle auto: esordisce come collaudatore, dimostrando un’eccezionale bravura come pilota e ottenendo svariati successi nelle corse su vetture Fiat, dove rimarrà fino al 1908. Nel frattempo, nel 1906 riesce a realizzare il sogno di aprire a Torino un’azienda tutta sua, anche grazie all’aiuto di Claudio Fogolin, suo amico e collega della Fiat e chiamata, appunto, Lancia. Intorno all’azienda ruotano tutte le sue energie. Di lui si tratteggia una personalità molto professionale ed esigente nel lavoro quanto gioviale nella sfera privata. Nel 1922 sposa Adele Miglietti, e dalla loro unione nasceranno 3 figli: Anna Maria, Gianni ed Eleonora. Fu fervente sostenitore della costruzione dell’Autodromo Nazionale Monza e, nel 1930, con alcuni industriali, fondò la carrozzeria Pininfarina. Morì nel 1937, a 56 anni, vittima di un improvviso attacco di cuore. A lui è dedicata una mostra permanente a Fobello, suo paese natale, allestita all’interno del palazzetto che lo stesso Lancia aveva fatto costruire come edificio scolastico. L’esposizione si suddivide in quattro sale che sono state chiamate con i nomi dei modelli Lancia più famosi (Sala Astura, Sala Artena, Sala Augusta e Sala Aprilia) dove si può ripercorrere le tappe principali della vita e della fortunata carriera del fobellino grazie ad una ricca raccolta di giornali, foto d’epoca, lettere, oggetti e documenti. Della mostra si sono occupati il Valsesia Lancia Story in collaborazione con la famiglia e il Comune di Fobello.

Franco Magni

magniDirettore del lanificio Lane di Borgosesia, nacque a Torino nel 1883. Visse pressoché tutta la sua vita a Borgosesia e, nel tempo libero, si dedicava alla radio. Durante gli anni del servizio militare realizzò un piccolo ricetrasmettitore spalleggiabile dotato di ricevitore a superreazione. Nel 1903, ancora prima di laurearsi in Ingegneria, ideò un sistema di radiotelegrafia ma dovette brevettare i suoi dispositivi in Germania a causa degli accordi vincolanti già intercorrenti tra Marconi e il Governo italiano e per tutti gli anni ’20 proseguì gli studi sulla ricezione nelle zone dei segnali telegrafici. La sua invenzione più importante riguarda la realizzazione della ricezione eterodina; collaborò, tra gli altri, con Allocchio e Bacchini, Pizzarri e Santangeli. Morì a Borgosesia nel 1955.

Musica

Anche l’intrattenimento e la creatività musicale non potevano mancare. La Valsesia è una terra ricca di fecondità espressa attraverso le note soprattutto durante le feste civili e religiose. Ma oltre a lunghe fila di abili musicisti, la prima metà del XX secolo è stata caratterizzata dalla presenza di una cantante assolutamente straordinaria: eccone un breve ritratto.

Dea Garbaccio

dea-garbaccioIl panorama della musica italiana annovera una valsesiana tra le voci più note degli anni ’40. Dea Garbaccio (Borgosesia, 29 giugno 1919 – Fara Novarese, 12 settembre 1997) impara a conoscere la musica nel negozio del padre, commerciante di radio e dischi, fino a che con un concorso nazionale per cantanti entra all’EIAR (1939) esordendo con “Come bimbi” e raggiungendo il successo con il brano “C’è una chiesetta amor”. Dotata di una voce intensa che sapeva modulare delicatamente, la sua carriera continua con il rifacimento italiano di “Beer Barrel Polka” (1939), la canzone simbolo dei mesi della liberazione. Pochi anni dopo inizia la sua collaborazione con l’orchestra Angelini, con la quale incide nel 1942 “Rosamunda” che la rese famosissima e, nello stesso anno, “La sedia a dondolo”, seguita dalla versione italiana di “Besame mucho” (1945). Nel 1940 apparve nei panni di sé stessa in un film dedicato all’EIAR e rimarrà attiva in RAI fino alla fine degli anni ’40 nelle formazioni di Angelini e Barzizza. Nel 1947 sposò Gino Carcassola (primo clarinetto dell’orchestra Angelini) prima di ritirarsi definitivamente a vita privata.