Una piccola introduzione

Di origine germanica (si definivano “Titsch” – forse Alemanni ma più probabilmente Sassoni) questa popolazione si sposta verso l’alto Vallese intorno all’VIII secolo prima di migrare ulteriormente in varie località alpine d’Italia, Svizzera, Liechtenstein e Austria. Dunque, la storia del popolo Walser in Valsesia inizia verso la metà del XIII secolo, quando alcuni piccoli gruppi di coloni giungono nelle vallate a sud del Monte Rosa, sviluppando nel corso del tempo gli insediamenti stanziali che oggi conosciamo.

“Walser” è la contrazione del nome tedesco Walliser, “vallesano” ovvero abitante del Canton Vallese.

Le colonie Walser in Valsesia

Alagna, Riva Valdobbia, Rima San Giuseppe, Carcoforo, Rimasco e Rimella: sono sei gli stanziamenti Walser a sud del Monte Rosa, dove i coloni tracciarono sentieri e resero abitabili e coltivabili le terre. Per molto tempo l’isolamento di queste popolazioni fu quasi totale, anche per via dell’idioma tedesco, e ciò permise la conservazione di tutte le loro particolarità: dai riti religiosi all’abbigliamento, dall’alimentazione ai tratti somatici.

Società

Popolo di origine contadina, con uno stile di vita basato sui ritmi delle attività rurali, i Walser hanno da sempre convissuto con una natura dominata da ghiacci e rocce. Le differenze economiche e razziali li contrapposero alle genti autoctone in molte dinamiche spingendoli ad organizzarsi in modo totalmente autonomo per tutte le loro esigenze, dall’alimentazione alla costruzione di manufatti, mantenendo dei contatti unicamente per il commercio dei propri capi di bestiame e dei prodotti della lavorazione del latte. Rinomatamente grande è il senso comunitario e di coesione sociale. Il forte senso religioso, la ritualità legata ai matrimoni, ai battesimi e alla morte, il senso del tempo legato alle stagioni, la miriade di storie e leggende che animavano le lunghe serate invernali, ci restituiscono in pieno l’affascinante fisionomia culturale di questo popolo.

Il Walsertreffen

Insieme al Rosario Fiorito, la storica processione tra le montagne che si svolge ogni prima domenica di ottobre, le comunità Walser hanno mantenuto la tradizionale “festa delle genti Walser”: ogni tre anni, infatti, tutte le comunità alpine si radunano insieme, ospitate a turno in un diverso paese.

La lingua Walser

Nel corso dell’Ottocento, in assenza di stretti legami tra le diverse colonie, alcuni studiosi pensarono che i Walser discendessero dai soldati di una legione romana composta da tedeschi costretta a stabilirsi sulle Alpi. Solo con l’analisi accurata dei dialetti alto-tedeschi parlati si riuscì a collegare le comunità Walser italiane con quelle che vivevano nell’alto Vallese. I Walser parlavano una variante del dialetto tedesco meridionale chiamata “altissimo alemanno”, molto simile alla forma arcaica del dialetto svizzero tedesco. Sono tre le varianti linguistiche a noi note: il titsch di Gressoney-Saint-Jean, il töitschu di Issime e il titzschu di Alagna e Rimella in Valsesia.

Popolo di origine contadina i Walser hanno da sempre convissuto con una natura dominata da ghiacci e rocce.

Il Museo Walser di Pedemonte – Alagna

“Camminando come dei Walser” (secondo un detto tutt’ora popolare per indicare chi cammina molto) si può comodamente raggiungere il più famoso Museo dedicato alle testimonianze della cultura e dello stile di vita tipico di questa popolazione. Il Museo è stato inaugurato nel 1976 in una casa Walser del 1628 riportata alle sue caratteristiche originali. L’allestimento fu avvertito quasi come una necessità: alcuni abitanti di Pedemonte, come ultimi eredi – custodi della lingua e delle secolari tradizioni della comunità tramandate oralmente, decisero di depositarvi molti oggetti di loro proprietà al fine di preservare la memoria storica di quella che pu essere considerata come la più importante civiltà alpina d’Europa.

Già dall’esterno si possono osservare le caratteristiche principali delle abitazioni Walser: un corpo unico con il basamento in pietra e la parte superiore in legno, il caratteristico loggiato a pertiche trasversali (utilizzato per l’essicazione delle granaglie, del fieno, della canapa e della segale, di solito raccolti alla fine dell’estate) la copertura dei tetti in beole.

Internamente, al piano terra troviamo i locali adibiti alle attività quotidiane e al ricovero degli animali, oltre a due cucine. Al primo piano troviamo le camere da letto, con un modesto ed essenziale corredo. In una di queste sono stati esposti oggetti in legno e ferro e abiti di uso quotidiano, gli Scapin e i ricami in Puncetto, testimonianze preziosissime dell’artigianato prodotto dalla comunità. All’ultimo piano stanno il fienile, i locali dispensa e deposito di attrezzi agricoli. Una scala esterna collega tutti i piani. Questo modello di casa, così “compressa” tanto da ospitare uomini e animali insieme, risponde all’esigenza di sfruttare bene il poco spazio pianeggiante disponibile. La montagna antistante al Museo, infatti, veniva coltivata intensamente con una suddivisione in terrazzamenti, mentre il raggruppamento delle case le metteva al riparo dalle valanghe.